Nathalie e Paul Segura: quando il nemico diventa amico

Più di altri Paul e Nathalie Segura sono stati sconvolti dagli attentati che hanno colpito la capitale il 13 Novembre 2015: “Ha riportato a galla in un istante il dramma vissuto dalla mia famiglia materna nel 1956 in Marocco”, racconta Paul. Nell’anno giubilare della Misericordia Paul e la sua famiglia hanno sperimentato che Dio può guarire le ferite più antiche. E ha dato loro di vivere dei momenti forti di fraternità con dei marocchini musulmani e di stabilire con loro dei legami profondi di amicizia. Intervista con la coppia.

Gli attentati del 13 Novembre 2015 hanno provocato un vero e proprio tsunami nella vostra vita, potete raccontarci perché?

Paul: Sono nato in Marocco, a Meknès, da una famiglia che vi risiedeva fin dalla generazione dei miei nonni. Nel 1956 hanno avuto luogo delle gravi sommosse di cui sono rimasti vittime quattro membri della mia famiglia materna, lasciando orfani e vedove. Dopo sessanta anni, questi eventi sono ancora un trauma profondo per la mia famiglia, e un argomento tabù, anche per me che sono nato dopo questi massacri. Nel mio cuore abitano sentimenti ambivalenti: sia una forma di diffidenza verso i musulmani, sia però un affetto per la loro cultura. Una grande ferita e una nostalgia coabitano nel cuore di molti magrebini: molti rimpiangono di non vivere più “laggiù” e di non avere più contatti con le diverse comunità ebraiche e musulmane con le quali condividevano le feste, le gioie, i lutti, la vita quotidiana. Dopo gli attentati del 13 Novembre 2015 a Parigi, per due giorni ero completamento distrutto e il dramma vissuto dalla mia famiglia è tornato bruscamente a galla.

Nathalie: Il martedì successivo Paul mi ha proposto di partecipare a una marcia per la pace organizzata da studenti musulmani. L’idea non mi attirava per niente: innanzi tutto non è nella nostra cultura scendere in strada per manifestare; poi non mi piaceva l’idea di non scegliere con chi manifestare, né quella di camminare con i “nostri potenziali nemici”. Infine temevo una strumentalizzazione politica.

Paul: Alla fine ci siamo andati, e le condizioni erano del tutto sfavorevoli: pioveva forte, era buio ed ero sfinito dal lavoro….

Nathalie: Pensavamo di non conoscere nessuno, ma arrivati sul posto abbiamo subito trovato Padre Jean-Louis Favard, incaricato del dialogo interreligioso per la diocesi, che ci ha presentato le persone con cui marciava; alcune erano di origine marocchina e impegnate nella moschea di Périgueux. Un uomo si presenta: “Sono Marocchino, nato in Francia”. E con stupore sento Paul rispondergli: “E io sono Francese, nato in Marocco”. Rimango interdetta: Paul non parla mai del suo luogo di nascita! La conversazione prosegue, quest’uomo spiega che è originario di Meknès. E Paul gli risponde: “Anch’io!”. Seguono calorosi abbracci. Parliamo dell’importanza della fede cattolica nella nostra vita: è la prima volta che incontrano dei cattolici praticanti!

Paul: Grazie a questa origine “comune” si è instaurato subito un legame di fraternità tra Samir e me: tutte le barriere e le paure sono crollate in un istante. Alla fine di questa marcia abbiamo invitato Samir e i suoi amici alla messa per la pace celebrata l’indomani, e hanno accettato.

IEV: Come musulmani come hanno vissuto questa messa?

Paul: Uno di loro mi ha confessato più tardi che non aveva mai voluto entrare in una chiesa. Sono stati soggiogati dalla bellezza di questo edificio e nel vedere la chiesa piena di gente. Durante la messa mi hanno fatto tantissime domande: ho spiegato loro tutto lo svolgimento della messa, e soprattutto che l’eucarestia, “Gesù presente nel pane”, è il punto centrale della nostra fede. Il momento più forte è stato il lungo minuto di silenzio osservato alla fine della messa, in cui tutte le persone presenti si sono date la mano. Anche io ho dato la mano ai miei vicini musulmani.

Nathalie: Non ero con Paul in quel momento ma immaginavo che cosa stava succedendo. Piangevo e ringraziavo: potenzialmente mio marito dava la mano ai discendenti dei carnefici della sua famiglia!

Paul: Da parte mia ho ricevuto interiormente l’immagine del cielo che si apriva e del Signore che guardava con gioia i suoi figli finalmente riuniti. Per me è stata come una Pentecoste.

IEV: Come si è approfondita poi questa relazione di amicizia?

Nathalie: Era chiaro che non potevamo fermarci. Abbiamo perciò deciso, con l’accordo del nostro vescovo, di invitare Samir e i suoi amici alla messa di mezzanotte. Hanno accettato. Il 24 sera le prime 4 file di posti erano state riservate appositamente per loro. Una parrocchiana è venuta verso di me: “Non è normale riservare posti così, per una messa di mezzanotte… e per chi sono riservati?”; “Per dei musulmani”. “È scandaloso!”, ha gridato arrabbiatissima.

Paul: Durante questa messa abbiamo colto vari sguardi di rimprovero: noi ci eravamo seduti accanto agli 8 musulmani. Tra di loro c’era un uomo di origine francese battezzato appena nato ma convertito da poco all’Islam. Ci ha raccontato poi che era la prima volta nella sua vita che veniva accolto in una chiesa e assisteva a una messa! In quel momento mi sono vergognato: la comunità cristiana non lo aveva accolto come cattolico ma oggi lo accoglieva come musulmano!

Nathalie: Li abbiamo invitati a festeggiare Natale a casa nostra. Abbiamo chiesto consiglio a degli amici espatriati in Tunisia, che ci hanno raccomandato: “Soprattutto, siate voi stessi!”. Li abbiamo allora ricevuti in famiglia, c’erano anche i nostri 4 figli. Paul, Samir e i suoi amici sono venuti a casa nostra “tra uomini”. Essere accolti da una famiglia al completo e vedere i nostri figli partecipare alle nostre conversazioni li ha profondamente toccati. Avevo “preparato” i nostri figli raccomandando loro di essere se stessi e di non bisticciare. L’unità e la coerenza della nostra famiglia sono state importanti per accogliere nella verità.

Nathalie: Padre Favard ci ha raggiunti e la serata è andata avanti fino alle 4,30 del mattino…

Paul: È stata una magnifica serata di amicizia, per me quasi un’amicizia ritrovata!

IEV: E ancora una volta non potevate fermarvi lì!

Nathalie: Certamente no! A Gennaio Samir ha chiamato Paul per invitarci alla moschea con Padre Favard e il nostro vescovo. Abbiamo accettato. Prima di questo incontro il sacerdote ci ha ripetuto più volte: “È lo Spirito Santo che ci precede e che conduce tutto!”.

Paul: Siamo stati ricevuti alla moschea con molta emozione, ognuno ci esprimeva la gioia di accoglierci. Alla fine della serata il presidente della moschea ci ha detto: “La cosa magnifica è questo scambio cuore a cuore che abbiamo avuto, e dobbiamo continuarlo”. I miei sentimenti personali erano di due tipi: da una parte ero felice di riallacciarmi alla cultura e alla lingua in cui ero cresciuto da bambino; dall’altra, ero turbato da ciò che queste persone rappresentano nella mia storia familiare. Avevo stretto un rapporto molto forte con Samir, abbiamo perciò deciso di pranzare insieme. Portato dallo Spirito Santo gli ho potuto parlare della storia tragica vissuta dalla mia famiglia in Marocco; gli ho spiegato che per noi, cattolici, era l’anno della Misericordia, e che in questo anno avevamo dei perdoni da darci. Ho potuto dire a Samir che io e la mia famiglia dovevamo perdonare al suo popolo i massacri commessi e che lui doveva perdonare alla Francia, come mi aveva appena detto, la mancanza di accoglienza, e anche il rifiuto che sente quotidianamente. Gli ho confidato il progetto di fare un passo familiare a Lourdes il 23 Ottobre (giorno dei massacri), che si è poi effettivamente realizzata. Samir è stato molto toccato e mi ha chiamato a fine Ottobre per chiedermi come si era svolta la giornata. Parlarci in modo così confidenziale, da cuore a cuore, impossibile un anno prima, ci ha legati in modo autentico. È stato anche un motore che mi ha permesso, con la mia famiglia, di andare avanti nel cammino di guarigione e di perdono.

Nathalie: Fin dal primo incontro con Paul, 28 anni fa, prego ogni giorno per lui e per la sua famiglia. Ma non avrei mai potuto immaginare incontri e amicizie così nella verità…

IEV: Il ramadan è stato ugualmente un tempo forte di scambi e di condivisione.

Paul: Ci siamo sentiti chiamati a vivere la festa di rottura del digiuno con i nostri amici marocchini. Poi ci siamo spinti ancora oltre: vivere una giornata intera di digiuno del Ramadan, ma come cristiani. Ci siamo alzati perciò alle 4 del mattino, per cominciare il digiuno alle 4.37 e proseguire normalmente la nostra giornata. A mezzogiorno siamo andati a messa, abbiamo fatto la comunione e preso un tempo di adorazione. Quando li ho ritrovati la sera, alla moschea ero felice di testimoniare la mia fede. Ho detto loro: “Ho vissuto questa giornata di digiuno come voi pregando per la pace. La sola “cosa” che ho mangiato oggi a messa è stata l’ostia, che per noi cristiani è il corpo di Cristo”. Questa giornata è stata di una tale intensità per me che ha rinforzato la mia fede e il mio desiderio di digiunare nella preghiera. La prossima quaresima non sarà come le precedenti.

IEV: L’assassinio di Padre Hamel ha avuto delle conseguenze sulla vostra amicizia?

Nathalie: Subito Samir ha chiamato Paul per informarlo.

Paul: Erano inorriditi. Toccare un sacerdote è toccare il sacro, e il sacro non si tocca!

Nathalie: Siamo andati un’ora ad adorare il Signore, tra l’una e le due. Mentre uscivamo dalla chiesa Samir ha chiamato Paul e gli ha chiesto: “Che cosa possiamo fare?”.

Paul: Gli ho risposto: “Adesso sta a voi organizzare qualcosa!”. Le donne hanno preso l’iniziativa di organizzare una marcia bianca dalla moschea fino alla cattedrale.

Nathalie: Alla marcia hanno partecipato essenzialmente dei musulmani. Da parte mia avevo invitato delle religiose a unirsi a noi, e sono arrivate durante la marcia. Le donne musulmane le hanno accolte magnificamente. Alla fine di questa marcia la comunità musulmana ha deposto dei fiori davanti alla cattedrale, con la foto di Padre Hamel.

IEV: In ottobre avete organizzato una visita storica di Périgueux di cattolici e musulmani insieme, con quale scopo?

Paul: Ci siamo detti che dovevamo incontrarci indipendentemente da momenti drammatici. Perciò a fine agosto ci siamo incontrati con i nostri amici musulmani per fare un bilancio e stabilire un programma di incontri per l’anno successivo.

Nathalie: Eravamo molto contenti di ritrovarci per fare dei progetti insieme. Molti hanno condiviso che mai avrebbero pensato che un simile incontro fosse possibile!

Paul: Durante la marcia di Novembre 2015 avevo scoperto che questi musulmani sono molto curiosi e aperti ma non conoscono niente del patrimonio che li circonda. Samir mi aveva detto: “Che cosa devo fare per essere francese ed essere riconosciuto come francese?”. Poiché sono architetto, ho deciso di organizzare una visita storica di Périgueux. Volevamo aiutarli a conoscere meglio questo patrimonio così ricco e permettere a dei cattolici e dei musulmani di vivere delle cose insieme e tessere dei legami tra di loro. C’erano quindici musulmani e quindici cattolici. Dopo questa visita Samir mi ha mandato un messaggio: “Con questa passeggiata, adesso sono del posto!”.

Nathalie: Durante questa passeggiata abbiamo visto dei giovani arrivare dalla “giungla” di Calais. Noi facevamo un passo per integrare questi francesi di origine marocchina i cui genitori sono qui da 40 anni, e nel contempo questi giovani arrivavano da noi. Mi sono detta che non avevamo neanche un secondo da perdere!

Paul: Dopo la visita, mangiando insieme qualcosa portato da tutti, ciascuno ha spiegato perché era lì. Abbiamo avuto dei bellissimi scambi in cui ognuno esprimeva la propria gioia di questi incontri e il desiderio di conoscere meglio gli altri.

IEV: Una o due cose importanti da sapere prima di avviare incontri di questo tipo?

Paul: Per andare incontro, occorre essere stessi, e non temere di affermare chi si è e ciò in cui si crede. Non siamo nello stesso universo religioso e culturale, e, proprio per questo, è essenziale che lo scambio avvenga nella verità e nel rispetto. Non è sempre facile ma ci ha sorpresi il grande desiderio di apertura e di scambio che è prevalso in tutti i nostri incontri. I musulmani che abbiamo incontrato sentono come noi l’urgenza di conoscersi per vivere insieme nella pace.

Nathalie: La nostra forza è l’amore, l’amore di Cristo!

IEV: Quali sono i frutti di questa amicizia per la vostra fede personale?

Paul: Non ho mai parlato così tanto della mia fede! Ogni volta che ci incontriamo parliamo apertamente della nostra fede.

Nathalie: Questa amicizia ci obbliga anche ad una pratica più autentica della nostra fede, e perciò a una relazione più intima con il Signore. Sentiamo che si aspettano da noi una testimonianza di vita, e la coerenza con quanto annunciamo. È impegnativo ma molto stimolante per la nostra conversione personale!

Paul: In un certo senso questi incontri tra cattolici e musulmani sono il frutto degli attentati che hanno colpito la Francia. Questo sangue versato, come quello della mia famiglia, non è scorso invano: porta frutto anche 60 anni dopo! Questo ci rimanda al cuore della nostra fede cristiana, al cammino della croce. E il sangue versato di Cristo è il sangue della vita. Che dal sangue delle vittime sgorghino la nostra conversione e la vita! Il fatto che ci interroghi profondamente per trasformarci e trasformare la società, è una vera e propria grazia di chiamata alla conversione! È ciò che stiamo sperimentando personalmente. E questo cammino passa dalla croce gloriosa.

Intervista di Laurence de Louvencourt.

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